Reportage dal Kyrghizistan – diario di viaggio

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Racconterò, utilizzando la forma “domanda-risposta”, un particolare del mio recente viaggio in Kyrghizistan. Questo articolo appare anche sul forum juzaphoto.com

“Dov’è il Kyrghizistan?”

Ho risposto così quando mi hanno proposto un tour di questo Paese asiatico. Solo dopo aver controllato sulla mappa la sua posizione mi sono deciso a partire per questo viaggio; come il 99% delle persone che conosco, non ne avevo mai sentito parlare, e questo bastò per convincermi.

“Va bene, sei andato in Kyrghizistan, ma che vestiti hai messo in valigia?”

Ecco un’altra domanda a cui ogni viaggiatore deve rispondere prima di partire.

Per cercare di farmi un’idea provai a cercare le temperature medie di Agosto (il periodo era quello) di alcune località che avrei visitato; nella capitale Bishkek si aggiravano intorno ai 30-34 gradi, mentre in altre zone avrei dovuto sopravvivere anche intorno agli zero gradi!

“Un pò di tutto” fu la risposta alla mia domanda. Dovevo anche tenere a mente che essendo un paese soprattutto montuoso, con vette che possono raggiungere i 7mila metri, era essenziale avere con sè indumenti caldi. Anche impermeabili considerando la piovosità di alcune zone. Per il caldo non ci sarebbero stati problemi, essendo abituato all’afa estiva di Milano.

“Ok, ed ora che sei tornato a casa cosa racconterai di questo viaggio?”

A questa domanda ho risposto solo oggi, a distanza di 5 mesi dal mio ritorno. Avrei potuto parlare di tante cose: della particolarità del cibo, della riservatezza ed ospitalità delle persone che incontrato, del clima e delle starde per lo più sterrate che attraversano il paese. Avrei potuto raccontarvi di ogni singolo giorno in questo paese ma ho deciso che scriverò dell’esperienza più particolare, suggestiva e folkloristica che questo tour mi ha regalato: il kok-boru! Ovvero “il gioco della capra senza testa”.

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“Dove diavolo ti trovavi?”

Ecco una domanda che anche a me, ogni tanto, mi faceva capolino nella testa.

Scordarsi del caos, delle insegne luminose, del traffico assordante, dei rumori della città in cui vivo da ormai 35 anni non è stato un problema; invece la consapevolezza di essere lontano da tutto, dalla cosidetta “civiltà”, dalla sua comodità e dalla sua sicurezza, non è un aspetto altrettanto facile da assimilare. Vivere in una “casa” senza finestre, sapere che in caso di bisogno il medico più vicino (figurarsi un ospedale) si trovava a 4 ore di auto, che la sola acqua disponibile era quella nei boccioni da 12 litri accatastati in un furgone, che il “bagno” era un buco nel terreno circondato da quattro lamiere, che la sola energia elettrica generata da un motore a scoppio alimentato a benzina era disponibile fino alle 21:00, in un Paese di cui pure tu ignoravi l’esistenza fino a qualche settimana prima, è una cosa che, se analizzata razionalmente, può risultarti assurda.

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Tuttavia ero consapevole di dov’ero, consapevole di essere lontano dal turismo di massa, consapevole di essere parte per pochi giorni di una piccola comunità di persone abituate a vivere in queste zone, di non avere la doccia, avere le stelle e la luna come lampioni, di uscire dalla yurta (tenda nomade dell’asia centrale e Kyrghizistan) per andare in “bagno” ed imbattermi in una mucca, e di tutto ciò ero entusiasta.

Per la cronaca mi trovavo a circa 3000 metri, in un altopiano nel cuore del Paese, abitato dai nomadi del posto solo nella stagione calda. Da ottobre a maggio in questi posti le temperature possono scendere sotto i -30 gradi, ma d’estate la temperatura mite e i pascoli incontaminati fan si che famiglie nomadi si trasferiscano qui con le loro bestie. Non esistono recinti, ne proprietà private. Gli animali (mucche, pecore, capre e cavalli) sono liberi di vagare per l’altopiano indisturbati. Gli uomini badano a loro di giorno, mentre le donne si occupano della “casa” (yurta) e dei bambini.

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“Cosa serve per giocare una partita di kok-boru?”

Se siete persone sensibili non leggete quanto segue. La prima cosa indispensabile è uccidere una capra, farle uscire il sangue dal corpo, e successivamente decapitarla. E’ importante e fondamentale sapere che l’animale in questione non viene ucciso per giocare la partita, ma per essere mangiato (a differenza di manifestazioni turistiche o sportive). Il kok-boru non è altro che un modo “divertente” per gli abitanti del Kyrghizistan di frollare la carne dell’animale prima di mangiarlo.

La decapitazione (che avviene ad animale già morto) serve esclusivamente per evitare che i giocatori si possano ferire con le corna della capra.

Non voglio soffermarsi sulla questione morale di tale disciplina, sul fatto che sia giusto o meno uccidere un animale per mangiarlo, e sull’atto intrinseco di “giocare” col cadavere di un animale. Non ho potuto fare a meno di notare in questi mesi, che raccontando questa storia ad amici e conoscenti, una smorfia di disgusto apparisse sulle loro facce nel momento in cui apprendevano di questo sport. Ecco perchè quanto sto scrivendo deve essere preso come testimonianza di cosa avviene in una cultura nettamente diversa dalla nostra. Non voglio con questo prenderne le difese nè tantomeno condannare quanto avviene, e spero che voi vogliate fare altrettanto.

“Quali sono le regole del match?”

Mi ci sono voluti pochi attimi per apprendere le poche regole del gioco.

Eccole riassunte:

1- due squadre da 4 o 5 giocatori si affrontano sul campo

2- ogni giocatore deve spostarsi a cavallo

2- il campo è il prato, ed i confini sono il lago e le “tribune”

3- lo scopo del gioco è depositare la capra nel pezzo di stoffa bianca al centro del campo

4- la squadra che riesce a farlo più volte vince la partita

5- si può rubare la capra al giocatore che ne è in possesso strattonandola, tirandola, spingendola e in quant’altro modo possibile

6- non valgono pugni, calci e frustate verso i giocatori avversari

7- l’arbitro non esiste

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“Chi sono i giocatori?”

Il campo di yurte che ci ospitava comprendeva tre famiglie, ecco perchè per organizzare la partita è stato necessario un tam tam tra i vari accampamenti della zona per raggiungere il numero necessario di giocatori. Una decina di adolescenti hanno risposto all’appello desiderosi di mettersi in mostra di fronte alla loro comunità nomade. Anche qualche adulto ha preso parte ai giochi, sopratutto nelle prime fasi della partita.

“Il pubblico sulle tribune è pagante?”

Ovviamente sì, e c’è pure il tutto esaurito.

Scherzo ovviamente.

Nessuna tribuna, quella a cui ho assistito era una partita improvvista. Il pubblico era composto dalle mogli, dalle madri e dai figli dei giocatori del nostro villaggio. Ovviamente c’erano anche i miei compagni di viaggio oltre al sottoscritto. Solamente una transenna fatta da una catasta di legna e terra che avremmo usato da lì a poche ore per le stufe, delimitava il campo.

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“Ricordati che siamo in un blog fotografico; che fotocamera e lente avevi con te?”

Partirò elencando il mio immenso corredo fotografico (gear in inglese) che mi ha accompagnato in questo tour:

1- Fujifilm X-T10

2- Fuji 35mm f2

3- 3 Batterie

4- il carica batterie

5- 3 schede di memoria da 16GB

6- un mini cavalletto (chiuso 15cm – altezza max 30 cm)

7- Il mio straordinario occhio fotografico

A parte gli scherzi, sono partito davvero leggero; moooolto meno di 1kg di attrezzatura!

Devo ammettere che la famosa frase “less is more” di cui si sente spesso parlare (o almeno mi ci imbatto spesso io) quando si parla di tecnica fotografia, vale anche per l’attrezzatura. Con un 35mm, x1.5 su Fuji, ovvero 52mm abbondante, montato sulla fotocamera, si è costretti ad usare il cervello, nonchè le gambe, per trovare la giusta angolazione e PDR di ogni singola fotografia. Mi chiedo ancora oggi selezionando le fotografie da mostrarvi per questo articolo, che scatti avrei ottenuto avendo con me una lente tutto fare, tipo il classico 18-55mm. Di solito, con un ottica di questo tipo, tendo ad usare focali intorno ai 20mm o ai 50mm. Probabilmente il mio occhio (o meglio, il cervello) è stato abituato a ragionare e lavorare a queste lunghezze.

In conclusione, non sono affatto pentito di avere avuto con me solamente quest’unica lente a focale fissa, anzi ne sono contento!

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“E per quanto riguarda i paramentri impostati?”

Ho scattato, come faccio spesso, completamente in modalità manuale.

La giornata era serena, un bel sole pomeridiano illuminava l’altopiano. Erano circa le 16:30, e come si può intuire osservando le ombre dei presenti, la nostra stella illuminava lateralmente i soggetti; per una coincidenza del destino la mia posizione era ottimale per scattare fotografie standomene “comodamente tra gli spalti”(in caso contrario mi sarei spostato evidentemente).

Per immortalare la corsa dei cavalli ho impostato 1/500sec, non volevo alcun mosso nel risultato finale. f/8 per avere una buona profondità di campo; era un’apertura di diaframma ragionevole per non andare ad aumentare gli ISO, che velevo tenere al minimo. Inoltre, con f/8, avere le montagne sullo sfondo leggermente sfuocate, non mi dispiaceva affatto.

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“Una volta terminata la partita che è successo?”

La partita è finita improvvisamente, senza quasi che noi pubblico ce ne rendessimo conto.

Uno scontro tra giocatori ha lasciato uno di questi a terra dolorante al ginocchio, e questo fatto è bastato per decretare la fine delle ostilità. Dopotutto era un match amichevole, giocato per lo più da ragazzini ed adolescenti, anche se in alcuni momenti della parita sono volati alcuni colpi proibiti.

Per rispondere alla domanda, finito l’incontro, le famiglie e i giocatori si sono salutati, e chi a piedi e chi a cavallo, sono tornati nelle loro yurte sparse nell’altopiano.

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“E della povera bestiola senza testa che ne è stato?”

Chiaramente quella sera la cena è stata a base di capra….

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Mi sono dimenticato di dirvi che la parita è finita 5 a 4.

Ma non chiedetemi per chi…

Se vi è piaciuto questo articolo, oltre a condividerlo coi vostri amici, potete leggere di come ho affrontato un contest a tema subito dopo essere tornato dal Kyrghizistan.

Ciao.

Alla prossima

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